|
|

|
Giacomo Leopardi

| |
Nacque a Recanati il 29 giugno 1798 dal conte Monaldo Leopardi e da
Adelaide dei marchesi Antici. Come annota il padre in un registro
familiare memoria dei principali eventi della famiglia attraverso i
secoli: “A dì 29 giugno 1798. Nacque alle ore 19 il mio primo
figlio, maschio, partorito da mia moglie Adelaide felicemente, sebbene
dopo tre giorni interi di doglie………A dì 30 fu battezzato il dopo
pranzo nella nostra parrocchia di Monte Morello, dal padre Luigi
Leopardi filippino, mio zio, e lo levarono al sacro fonte li allora
Cittadini Filippo Antici mio suocero, e Virginia Mosca Leopardi mia
madre.” |
|
|
|

Giacomo Leopardi

Bibbia poliglotta

Veste del battesimo

Geltrude Cassi

Passaporto di Giacomo

Fanny
Targioni-Tozzetti |













 |
| |
|
| |
Primo di sette, questo figlio dimostrò fino dai primi anni una
straordinaria intelligenza ed un particolare desiderio di conoscere,
pur non tralasciando i giuochi dell’infanzia e godendo della gioiosa
compagnia dei fratelli. Con essi, di lui poco più giovani, studiò
sotto la guida del padre coadiuvato dal precettore Don Sebastiano Sanchini. |
| |
|
| |
In età precoce iniziò con una applicazione da lui stesso poi
definita “matta e disperatissima” ad ampliare da solo le sue
conoscenze nelle più svariate materie. Rimangono di questi anni
giovanili numerose composizioni in prosa e poesia, su argomenti
storici, filosofici ed anche scientifici, sia in italiano che in
latino. Da solo si impadronì in quel tempo delle lingue greca ed
ebraica, con l’aiuto di una Bibbia poliglotta presente in biblioteca e
ciò gli permise di addentrarsi sempre più nello studio dei classici. |
| |
|
| |
Negli anni immediatamente successivi si manifesta in lui il
desiderio di tradurre in poesia le sue emozioni: nascono così i
primi Canti “Le rimembranze” ed
“Il primo amore”, quest’ultimo ispirato da un sentimento
nuovo, l’amore, che sarà per lui nel tempo fonte di passione e di
continua sofferenza. |
| |
|
| |
Nel 1817 nasce l’amicizia, inizialmente solo epistolare, di
Giacomo con il letterato Pietro Giordani, che per primo riconobbe
nel giovine il futuro genio. Molte sono le opere di Giacomo in
questi anni, sia in prosa che in poesia: ricordiamo solo due
canzoni patriottiche, “All’Italia” e “Per il monumento
di Dante”. Sempre nel 1817 inizia un’opera in prosa la cui
stesura occuperà gran parte della sua vita. Questo lavoro, cui
diede titolo di “Zibaldone”, costituisce la più alta
espressione del vastissimo pensiero leopardiano, un acuto studio
di sentimenti umani, un esame approfondito dei più vari argomenti.
Ignorato per lunghi anni, lo “Zibaldone” fu pubblicato per
la prima volta dal Carducci nel 1898. |
| |
|
| |
Nel 1819 videro la luce gli idilli “Alla luna” e
“L’infinito”: quest’ ultimo si può considerare la più alta
espressione del genio poetico leopardiano.
Desideroso di più ampi orizzonti e sperando di trovare fuori di
Recanati ambienti più stimolanti e culturalmente più aperti, sogna
di lasciare la casa paterna. A tale scopo chiede ed ottiene il
passaporto (allora necessario) per recarsi a Milano, ma
contrastato nel suo progetto dal padre, si rassegna poi a
rinunciare alla partenza. |
| |
|
| |
La delusione non influisce sulla sua
produzione letteraria, anzi in quel periodo compose numerosi
idilli e canzoni, citiamo “Ad Angelo Mai”, “La sera del
dì di festa”, “La vita solitaria”, “Il sogno”,“Nelle
nozze della sorella Paolina”, “Ad un vincitore del pallone”,
“Alla primavera”, “Ultimo canto di Saffo”. Sono di
quel tempo anche le sue prime operette satiriche. |
| |
|
| |
Nel 1822 poté finalmente recarsi a Roma, dove si fermò qualche
mese ospite dello zio Antici. La capitale però lo deluse non solo
per la sua vastità dispersiva, ma anche e soprattutto per il
modesto livello culturale della sua società, con l’eccezione di
alcuni personaggi, come l’ambasciatore di Prussia Niebhur ed il
suo successore Bunsen: questi rivestiranno un ruolo importante
nella vita futura del poeta. |
| |
|
| |
Tornando volentieri a Recanati, scrisse nel 1823 “Alla sua
donna”. Nel 1824 compose la maggior parte delle “Operette
morali”, opera di alto contenuto filosofico, celato talora
sotto una veste leggera e satirica. Nonostante l’avvenuta
pubblicazione di alcuni suoi lavori, il poeta era allora
sconosciuto dalla maggior parte degli Italiani. Nel 1825 si recò a
Bologna dove fu bene accolto dalla società letteraria, poi
proseguì per Milano e qui ebbe modo di instaurare un rapporto di
lavoro con l’editore Stella. |
| |
|
| |
Tornato a Bologna strinse alcune
amicizie, fra l’altro con il conte Carlo Pepoli, cui dedicò una
“Epistola” in versi. Passò l’inverno seguente a Recanati,
continuando a lavorare per lo Stella, poi si recò a Firenze. La
sua frequentazione del Gabinetto Vieusseux, circolo letterario
dove si incontravano i più notevoli esponenti della cultura
contemporanea, gli permise di conoscere fra gli altri Alessandro
Manzoni e l’esule napoletano Antonio Ranieri con il quale in
seguito strinse una forte amicizia. Desideroso però di trascorrere
l’inverno in un clima più mite, il poeta si trasferisce a Pisa
dove rimarrà poco meno di un anno, finalmente rasserenato perché
entusiasta della città e ancor più dell’accoglienza a lui
riservata dai pisani. Nei mesi qui trascorsi vedono la luce opere
importanti, fra cui lo “Scherzo”,“Il risorgimento” e
“A Silvia”. Da qui torna a Firenze e vi si ferma qualche
mese, in cattive condizioni di salute ed amareggiato dall’inutile
ricerca di un impiego; malvolentieri ritorna a Recanati. |
| |
|
| |
I mesi che seguono sono fecondi di opere: egli compone “Il
passero solitario”, “Le ricordanze”, “La quiete dopo
la tempesta”, il “Canto notturno” ed “Il sabato del
villaggio”. Sperando di conquistare una certa indipendenza
finanziaria, aveva già concorso con le sue “Operette morali”
ad un premio letterario dell’Accademia della Crusca, ma al suo
lavoro era stato di gran lunga preferito quello del Botta,
“Storia d’Italia”. Fu così costretto ad accettare l’offerta
fattagli, attraverso il Generale Colletta, da alcuni amici
toscani; essi gli garantivano un prestito annuale da restituire
con la pubblicazione di future opere. |
| |
|
| |
La tranquillità economica gli permise di ritornare a Firenze dove
ebbe modo di conoscere e frequentare la bella Fanny Targioni
Tozzetti che sarà l’ispiratrice del “Ciclo di Aspasia”,
costituito da i canti “Il pensiero dominante”, “Amore e
morte”, “Consalvo” , “A se stesso”,” Aspasia”.
In questo soggiorno fiorentino Leopardi incontra nuovamente
Antonio Ranieri e di comune accordo essi decidono di unire le
poche risorse economiche di cui dispongono per trasferirsi insieme
a Napoli. Questa città attrae Giacomo per il clima più favorevole
alla sua precaria salute e per la vivacità culturale che la
distingue. A Napoli Leopardi compone in poesia alcune opere
satiriche, fra cui la “Palinodia al marchese Gino Capponi”
ed i “Paralipomeni della Batracomiomachia”, mentre vengono
nuovamente pubblicati i “Canti” e le “Operette morali”.
Nel 1836 per sfuggire all’epidemia del colera il Ranieri si
trasferisce con Giacomo a Torre del Greco nella villa di un
parente ed ivi forse il poeta scrive “La ginestra” ed
“Il tramonto della luna”. |
| |
|
| |
Tornato a Napoli stanco e sofferente, non può realizzare il nuovo
desiderio di un ritorno a casa perché le sue condizioni di salute
peggiorano. Assistito dal Ranieri e dalla sorella di questi
Paolina, Giacomo Leopardi si spegne a Napoli il 14 giugno del
1837. |
| |
|
| |
Nel libro di casa che è stato citato all’inizio con le parole del
padre Monaldo riguardanti la sua nascita, si legge a firma della
sorella Paolina: “Adì 14 giugno 1837 morì nella città di Napoli
questo mio diletto fratello divenuto uno dei primi letterati
d’Europa: fu tumulato nella chiesa di San Vitale sulla via di
Pozzuoli. Addio caro Giacomo: quando ci rivedremo in Paradiso?” |
| |
|
| |
Anni dopo, la tomba di Giacomo Leopardi venne traslata accanto a
quella di Virgilio sempre a Napoli. |
| |
|
| |
Indietro |
|
|
 |

|
|