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XXXIX – “Spento il diurno raggio”

Giacomo Leopardi
XXXIX

“Spento il diurno raggio”

Spento il diurno raggio in occidente,
E queto il fumo delle ville, e queta
De’ cani era la voce e della gente;

 

Quand’ella, volta all’amorosa meta,
Si ritrovò nel mezzo ad una landa
Quanto foss’altra mai vezzosa e lieta.

 

Spandeva il suo chiaror per ogni banda
La sorella del sole, e fea d’argento
Gli arbori ch’a quel loco eran ghirlanda.

 

I ramuscelli ivan cantando al vento,
E in un con l’usignol che sempre piagne
Fra i tronchi un rivo fea dolce lamento.

 

Limpido il mar da lungi, e le campagne
E le foreste, e tutte ad una ad una
Le cime si scoprian delle montagne.

 

In queta ombra giacea la valle bruna,
E i collicelli intorno rivestia
Del suo candor la rugiadosa luna.

 

Sola tenea la taciturna via
La donna, e il vento che gli odori spande,
Molle passar sul volto si sentia.

 

Se lieta fosse, è van che tu dimande:
Piacer prendea di quella vista, e il bene
Che il cor le prometteva era più grande.

 

Come fuggiste, o belle ore serene!
Dilettevol quaggiù null’altro dura,
Nè si ferma giammai, se non la spene.

 

Ecco turbar la notte, e farsi oscura
La sembianza del ciel, ch’era sì bella,
E il piacere in colei farsi paura.

 

Un nugol torbo, padre di procella,
Sorgea di dietro ai monti, e crescea tanto,
Che più non si scopria luna nè stella.

 

Spiegarsi ella il vedea per ogni canto,
E salir su per l’aria a poco a poco,
E far sovra il suo capo a quella ammanto.
Veniva il poco lume ognor più fioco;
E intanto al bosco si destava il vento,
Al bosco là del dilettoso loco.

 

E si fea più gagliardo ogni momento,
Tal che a forza era desto e svolazzava
Tra le frondi ogni augel per lo spavento.

 

E la nube, crescendo, in giù calava
Ver la marina sì, che l’un suo lembo
Toccava i monti, e l’altro il mar toccava.

 

Già tutto a cieca oscuritade in grembo,
S’incominciava udir fremer la pioggia,
E il suon cresceva all’appressar del nembo.

 

Dentro le nubi in paurosa foggia
Guizzavan lampi, e la fean batter gli occhi;
E n’era il terren tristo, e l’aria roggia.

 

Discior sentia la misera i ginocchi;
E già muggiva il tuon simile al metro
Di torrente che d’alto in giù trabocchi.

 

Talvolta ella ristava, e l’aer tetro
Guardava sbigottita, e poi correa,
Sì che i panni e le chiome ivano addietro.

 

E il duro vento col petto rompea,
Che gocce fredde giù per l’aria nera
In sul volto soffiando le spingea.

 

E il tuon veniale incontro come fera,
Rugghiando orribilmente e senza posa;
E cresceva la pioggia e la bufera.
E d’ogn’intorno era terribil cosa
Il volar polve e frondi e rami e sassi,
E il suon che immaginar l’alma non osa.

 

Ella dal lampo affaticati e lassi
Coprendo gli occhi, e stretti i panni al seno,
Gia pur tra il nembo accelerando i passi.

 

Ma nella vista ancor l’era il baleno
Ardendo sì, ch’alfin dallo spavento
Fermò l’andare, e il cor le venne meno.

 

E si rivolse indietro. E in quel momento
Si spense il lampo, e tornò buio l’etra,
Ed acchetossi il tuono, e stette il vento.

 

Taceva il tutto; ed ella era di pietra.

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